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Archivio Ottobre 2010

STORIA DI UNA RANOCCHIA

21 Ottobre 2010 59 commenti

Dall’allegoria della Caverna di Platone a Matrix, passando per le favole di La Fontaine, il linguaggio simbolico è un mezzo privilegiato per indurre alla riflessione e trasmettere delle idee.
Oliver Clerc, scrittore e filosofo, in questo suo breve racconto, attraverso la metafora, mette in evidenza le funeste conseguenze della non coscienza del cambiamento, che infetta la nostra salute, le nostre relazioni, l’evoluzione sociale e l’ambiente.

Un condensato di vita e di saggezza che ciascuno potrà piantare nel proprio giardino per goderne i frutti.

LA RANOCCHIA CHE NON SAPEVA DI ESSERE COTTA:

“Immaginate una pentola piena d’acqua fredda in cui nuota tranquillamente una piccola ranocchia.
Un piccolo fuoco è acceso sotto la pentola e l’acqua si riscalda molto lentamente. L’acqua piano piano diventa tiepida e la ranocchia, trovando ciò piuttosto gradevole, continua a nuotare. La temperatura dell’acqua continua a salire.
Ora l’acqua è calda, più di quanto la ranocchia possa apprezzare, si sente un pò affaticata, ma ciò nonostante non si spaventa. Ora l’acqua è veramente calda e la ranocchia comincia a trovare ciò sgradevole, ma è molto indebolita, allora sopporta e non fa nulla.
La temperatura continua a salire, fino a quando la ranocchia finisce semplicemente per cuocere e morire. Se la stessa ranocchia fosse stata buttata direttamente nell’acqua a 50 gradi, con un colpo di zampe sarebbe immediatamente saltata fuori dalla pentola.
Ciò dimostra che, quando un cambiamento avviene in modo sufficientemente lento, sfugge alla coscienza e non suscita nella maggior parte dei casi alcuna reazione, alcuna opposizione, alcuna rivolta.
Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da qualche decennio possiamo vedere che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci stiamo abituando. una quantità di cose che avrebbero fatto inorridire 20, 30, o 40 anni fa, sono state poco a poco banalizzate e oggi disturbano appena o lasciano addirittura completamente indifferente la maggior parte delle persone.
Nel nome del progresso, della scienza e del profitto si effettuano continui attacchi alle libertà individuali, alla dignità, all’integrità della natura, alla bellezza e alla gioia di vivere, lentamente ma inesorabilmente, con la costante complicità delle vittime, inconsapevoli o ormai incapaci di difendersi. Le nere previsioni per il nostro futuro, invece di suscitare reazioni e misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente la gente ad accettare delle condizioni di vita decadenti, anzi drammatiche! Il martellamento continuo da parte dei media satura i cervelli che non sono più in grado di distinguere le cose…
Quando ho parlato di queste cose per la prima volta, era per un domani.. ORA è PER OGGI!!!
Coscienza o cottura, bisogna scegliere!
Allora se non siete, come la ranocchia, già mezzi cotti, date un salutare colpo di zampe, prima che sia troppo tardi.
Siamo già mezzi cotti? O no?”

Olivier Clarc

P.S.  questa storiella me l’hanno inviata via mail confezionata  con power point, accompagnata dalla preghiera di divulgarla.. Per facilitarne la lettura ho preferito postarla così. Mi piacerebbe solo aggiungere che IO NON SONO COTTA…MA SONO DECISAMENTE STANCA E SENZA PIU’ UN BARLUME DI  PAZIENZA!

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IL PUDORE

9 Ottobre 2010 27 commenti

Rieccola! Pensavo fosse andata via, invece è ricomparsa, -più disinvolta e più puttana che mai- canta Renato Zero. Ieri pioveva e indossavo una felpa, oggi ho di nuovo   il vestito estivo scollato e ho  pensato che l’estate è davvero una  stagione   senza pudore che ci conquista e ci fa somigliare a lei. Ricordo una richiesta che tempo fa mi fece un amico: “Giò – mi disse- parlami del pudore, cos’è per te”? Mi accinsi di buona lena  a farlo, per poi scoprire che non era un’impresa facile e pensai che avrei dovuto rispondere come Sant’Agostino quando, a chi gli domandava cos’era il tempo rispondeva: “ Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più.”

Già, cos’è il pudore? Forse è più facile dire cosa non è! Si può parlare di esso in riferimento a tanti aspetti del nostro vivere quotidiano:c’è il pudore fisico, che ci impedisce di   spogliarci  e mostrare la nudità del nostro corpo, quel “timore di mostrarsi interamente nudi”! C’è anche un pudore interiore che governa l’approccio nei confronti delle persone con le quali ci confrontiamo giornalmente, e che   determina una minore o maggiore apertura all’esternazione e alla confidenza intima. Per quanto mi riguarda,  è qualcosa che ha radici lontane, che in parte sicuramente mi è stato inculcato dall’educazione impartitami dai miei genitori, incolpevoli insegnanti, rei di avermi trasmesso ciò che, a loro volta è stato insegnato.

E’ comunque un riserbo connaturato, un sentimento di ritrosia per tutto ciò che è urlato, che è esibito sfacciatamente a tutti senza distinzione.  Riserbo da non  confondersi con reticenza; spesso si ha bisogno di tenere chiusi alcuni cassetti del nostro cuore per custodirne gelosamente il contenuto, un contenuto che sentiamo di dover proteggere per tutelare noi stessi e chi amiamo. In un manuale di psicologia lessi che “il bambino è all’inizio un essere amorale  dominato dal piacere e solo gradualmente riuscirà a controllare e reprimere gli istinti, quindi la moralità rappresenta la forma strutturata della repressione… tradizione morale che è trasmessa di padre in figlio”, vien da se che quando non si riesce a dominarsi si commette un  oltraggio al pudore, che è persino un reato. Allora davvero tutto, compreso il pudore, nasce da “quell’albero “ che è la morale dal quale poi tanti rami si estendono, e così come i rami, secondo le stagioni si vestono  o si svestono, anche noi secondo le stagioni della vita  e delle persone con le quali ci relazioniamo indossiamo i nostri vestiti più o meno pesanti. Il pudore è uno dei tanti abiti, a volte scomodo, stretto, castrante…complica ogni cosa: è come essere costretti a sganciare i tanti gancetti di uno stretto bustino  anziché sciogliere un solo fiocco. Il pudore visto come un abito, e nessun abito si tiene   sempre indosso. Per me, il pudore, è sempre stato legato alle mie prime volte, alle seconde, alle terze persino… poi ho iniziato a  svestirmi quasi senza accorgermene con le persone ( solo quelle poche) che hanno meritato stima e il dono di me stessa: corpo e anima.

Chissà qual è il confine tra pudore e vergogna.

Chissà perché ho la sensazione che il pudore  si coniughi o si debba  coniugare più al femminile.

Chissà perché si sta perdendo per strada e nessuno arrossisce più  di fronte  a nulla.

Chissà quando recupereremo in questa società che mostra tutto con protervia e sfacciataggine, un nuovo modo di essere, un maggior pudore: custode imparziale  e silenzioso dell’intimità e della riservatezza di ognuno.

“ Celami in te, dove cose più dolci son celate, fra le radici delle rose e delle spezie”

( Swinburne)

s'archittu 2010

( S’archittu: Estate 2010)

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