Impazzire…quasi…
Parcheggiamo la macchina con il cuore stretto in una morsa di gelo, mentre la testa e le gambe vorrebbero correre via: altrove, lontano! Sui muri fatiscenti disegni colorati e astratti danno il benvenuto in una struttura ospedaliera. Tutt’intorno la desolazione e l’incuria regnano sovrane e inducono – erroneamente- a pensare che questa struttura non sia operativa da tanto: tavoli e sedie ammassati in un angolo e cumuli di foglie secche ricoprono un pavimento malandato rendendolo ancora più scivoloso e pericoloso. Suoniamo il campanello e attendiamo che qualcuno apra. Ci presentiamo ed entriamo a scoprire cosa si cela dietro ciò che non conosciamo. Sono principalmente due le cose che colpiscono la mia attenzione: l’assenza di odori e i pazienti vestiti con gli abiti di tutti i giorni. Non c’è infatti il classico odore di medicinali e disinfettanti che regna negli altri reparti ospedalieri e la maggior parte dei pazienti indossa jeans, giubbotti, e qualcuno persino cravatta ed impermeabile; non si capisce chi è il paziente e chi il visitatore.
Muovo pochi passi seguendo il suono di una voce nota e mi ritrovo in una sala dove qualcuno termina la sua cena. Non faccio in tempo a sedermi che un signore anziano dai miti occhi chiari allunga il suo braccio verso di me, nella mano stringe ciò resta di un fiore di ciclamino senza il gambo! Lo guardo, osservo il suo cappotto, le sue pantofole ai piedi e gli chiedo stupita:” E’ per me?” Lui risponde di si, e al mio sincero grazie ha un gesto di noncuranza, come a dire: “non mi ringrazi, è giusto così!” Quella che prima era una stanza quasi vuota inizia a riempirsi in un via vai di piedi strascicati, sguardi fissi nel vuoto, corpi immobili o dondolanti che svelano una dolorosa realtà. Mi sento osservata mentre per pudore, discrezione, disagio evito di fare altrettanto; difficile se non impossibile sostenere quegli sguardi, e altrettanto impossibile è leggervi dentro. Il vecchietto ritorna, ha la flebo,due scatole di colori e un foglio stropicciato. Lentamente li sceglie e traccia linee e forme del suo disegno per poi farmene dono: è un vaso di ciclamini!
Sono dentro un mondo sconosciuto sino ad oggi, mi trovo in un reparto di psichiatria: luogo di emozioni e reazioni fortissime ed altrettanto dolorose. A differenza di quanto accade in un qualsiasi altro reparto dove viene spontaneo chiedere per quale patologia si è ricoverati, qui si tace. Qui c’è spazio solo per una pena profonda, per un dolore che annichilisce e ammutolisce, qui, il senso di parole come compassione ed empatia si svelano in tutta la loro intima e semplice profondità. Osservo giovani donne, mamme a cui fan visita ragazzini adolescenti spauriti,ragazzi giovanissimi, meno giovani, padri di famiglia. Hanno tutti la medesima espressione vacua, i gesti rallentati e strascicano le parole dopo attimi di immobilismo nei quali ti rendi conti che stanno cercando di riacciuffare il senso di un qualcosa che sfugge loro. Ogni tanto, qualcuno con una patologia più severa di altri attacca brighe e scoppia immediata la lite. I toni si alzano, immediatamente accorrono gli altri pazienti a difendere il più debole e redarguire e cacciar via l’intruso in un clima di solidarietà e mutuo soccorso che vedrò rafforzarsi nei giorni seguenti. Ad uno scoppio di tosse ecco arrivare il signore ( che avevo scambiato per un amministratore)con l’impermeabile e la cravatta gialla pronto a offrire delle pastiglie per il mal di gola.Tutto si snoda e avvicenda in un continuo baratto. Passano i giorni, le settimane, ci si conosce senza conoscere nulla dell’altro, se non quello che gli altri vogliono dire di se stessi e delle loro vite confuse tra realtà e fantasia malata. Capita anche di ritrovarmi magicamente a ridere contro ogni volontà come quando un paziente sdraiato in silenzio nel suo letto, nell’ascoltare i racconti esagerati del suo compagno di stanza ci guarda e dice sorridendo:” scusateci eh…siamo pur sempre in psichiatria”. Col passare dei giorni si entra in quel reparto senza timore,senza il patema e l’angoscia dei primi giorni. Al suono del campanello capita che accorrano in tanti a vedere i nuovi arrivati, capita che l’infermiere dia loro la chiave per aprirci la porta e farci entrare e loro sorridenti come bimbi felici a cui è stato dato un incarico importante aprono sorridendo e ti stringono la mano chiedendoti come stai. Non hai più paura quando qualcuno ti si avvicina e ti tocca e gattona per la stanza o quando straparla. In questi giorni osservando la terra del giardino che scacciava l’acqua perché oramai satura di essa, ho pensato al cervello di noi esseri umani. Affrontiamo tante cose, sopportiamo tanto nell’illusione che ciò che non ci uccide ci rende più forti, ma sempre più spesso capita invece che il cervello vada in tilt, non riuscendo più ad accettare, metabolizzare, comprendere e sopportare l’inferno che spesso ci troviamo ad affrontare in terra…e per questo ci si ritrova in un reparto come questo dalla mattina alla sera. Dalla mattina alla sera, andiamo in tilt…l’interruttore della ragione ha un black out, si spegne e non sopportiamo più…come l’acqua scacciata dalla terra va fuori di essa, noi andiamo fuori di noi stessi!
Scopro una volta di più che basta conoscere l’ignoto per non averne più tanta paura, mentre cresce la paura per ciò che non conosci ma sai che esiste; per quella scintilla che può far esplodere il tuo cervello, e manda in mille pezzi una vita già complessa!
Scopri una volta di più che il dolore che alberga in chi soffre di patologie mentali, è tanto diverso, tanto più grande, tanto più disarmante, quanto tanto poco capito e/o riconosciuto rispetto al dolore patito a causa di malattie fisiche!
Scopri il dolore e la disperazione di chi si accascia per terra implorando di uscire, scopri lo stordimento di chi arriva vestito elegantemente con tanto di abito e gemelli ai polsi: scopri, una volta di più, che in questa vita sai dove ti svegli, ma non puoi sapere dove ti addormenterai.
Ho scoperto cose che ignoravo, ma ho riscoperto anche che la bellezza e la poesia sono ovunque, soprattutto dove non te l’aspetti, dove non la cerchi perché non pensi possa esserci!
L’ho ritrovata in un vaso di ciclamino dalla chioma fiorita “scalpata “ per farne un omaggio floreale ad una donna sconosciuta o ad una fidanzata.
L’ho ritrovata in un gruppo di persone sofferenti impazienti di mangiarsi una pizza gigante con tante patatine fritte.
L’ho ritrovata nei sorrisi di chi soffre!
…” Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore…”
(S.C.)
















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