Impazzire…quasi…

20 Febbraio 2012 30 commenti

Parcheggiamo  la macchina con il cuore stretto in una morsa di gelo, mentre la testa e le gambe vorrebbero correre via: altrove, lontano! Sui muri fatiscenti disegni colorati e astratti danno il benvenuto in una struttura ospedaliera. Tutt’intorno la  desolazione e l’incuria regnano sovrane e inducono – erroneamente-   a   pensare che questa struttura non sia  operativa da tanto: tavoli e sedie ammassati in un angolo e cumuli di foglie secche ricoprono un pavimento malandato rendendolo ancora più scivoloso e pericoloso. Suoniamo il campanello e attendiamo che qualcuno apra. Ci presentiamo  ed entriamo a scoprire cosa si cela dietro ciò che non conosciamo. Sono principalmente due le cose che colpiscono la mia attenzione: l’assenza di odori e i pazienti vestiti con gli abiti di tutti i giorni. Non c’è infatti il classico odore di medicinali e disinfettanti che regna negli altri reparti ospedalieri e la maggior parte dei pazienti indossa  jeans, giubbotti, e qualcuno persino  cravatta ed impermeabile; non si capisce chi è il paziente e chi il visitatore.

Muovo pochi passi seguendo il suono di una voce nota e mi ritrovo in una sala dove qualcuno termina la sua cena. Non faccio in tempo a sedermi che un signore anziano dai miti occhi chiari allunga il suo braccio     verso di me, nella mano stringe ciò resta di un fiore di ciclamino senza il gambo! Lo guardo, osservo il suo cappotto, le sue pantofole ai piedi e gli chiedo stupita:” E’ per me?” Lui risponde di si, e al mio sincero grazie  ha un gesto di noncuranza, come a dire: “non mi ringrazi, è giusto così!” Quella che prima era una stanza quasi vuota inizia a riempirsi in un via vai di piedi strascicati, sguardi fissi nel vuoto, corpi immobili o dondolanti che svelano una dolorosa realtà. Mi sento osservata mentre per pudore, discrezione, disagio evito di fare altrettanto; difficile se non impossibile sostenere quegli sguardi, e altrettanto impossibile  è leggervi dentro. Il vecchietto ritorna, ha la flebo,due scatole di colori e un foglio stropicciato. Lentamente li sceglie e   traccia   linee e forme del suo disegno per poi farmene dono: è un vaso di ciclamini!

Sono dentro un mondo sconosciuto sino ad oggi, mi trovo in un reparto di psichiatria: luogo di emozioni e reazioni fortissime ed altrettanto dolorose. A differenza di quanto accade in un qualsiasi altro reparto  dove viene spontaneo chiedere  per quale patologia si è ricoverati, qui si tace. Qui c’è spazio solo per una pena profonda, per un dolore che annichilisce e ammutolisce, qui, il senso di parole come compassione ed empatia si svelano in tutta la loro intima e semplice profondità. Osservo giovani donne, mamme a cui fan visita ragazzini adolescenti spauriti,ragazzi giovanissimi, meno giovani, padri di famiglia. Hanno tutti la medesima espressione vacua, i gesti rallentati e strascicano le parole dopo attimi di immobilismo nei quali ti rendi conti che stanno cercando di riacciuffare il senso di un qualcosa che sfugge loro. Ogni tanto, qualcuno con una patologia più severa di altri attacca brighe e scoppia immediata la lite. I toni si alzano, immediatamente accorrono gli altri pazienti a difendere il più debole e redarguire e cacciar via l’intruso in un clima di solidarietà e mutuo soccorso che vedrò rafforzarsi nei giorni seguenti. Ad uno scoppio di tosse ecco arrivare il signore ( che avevo scambiato per un  amministratore)con l’impermeabile e la cravatta gialla pronto a offrire delle pastiglie per il mal di gola.Tutto si snoda e avvicenda in un continuo baratto. Passano i giorni, le settimane, ci si conosce senza conoscere nulla dell’altro, se non quello che gli altri vogliono dire di se stessi e delle loro vite confuse tra realtà e fantasia malata. Capita anche di ritrovarmi magicamente a ridere contro ogni volontà come quando un paziente sdraiato in silenzio nel suo letto, nell’ascoltare i racconti esagerati  del suo compagno di stanza ci guarda e dice sorridendo:” scusateci eh…siamo pur sempre in psichiatria”. Col passare dei giorni si entra in quel reparto senza timore,senza il patema e l’angoscia dei primi giorni. Al suono del campanello capita che accorrano in tanti a vedere i nuovi arrivati, capita che l’infermiere dia loro la chiave per aprirci la porta  e farci entrare e loro sorridenti come bimbi felici a cui è stato dato un incarico importante aprono sorridendo e ti stringono la mano chiedendoti come stai. Non hai più paura quando qualcuno ti si avvicina  e ti tocca e gattona per la stanza o quando straparla. In questi giorni osservando  la terra del giardino che scacciava l’acqua perché oramai satura di essa, ho pensato al cervello di noi esseri umani. Affrontiamo tante cose, sopportiamo tanto nell’illusione che ciò che non ci uccide ci rende più forti, ma sempre più spesso capita invece che il cervello vada in tilt, non riuscendo più ad accettare, metabolizzare, comprendere e sopportare l’inferno che spesso   ci troviamo ad affrontare in terra…e per questo ci si ritrova in un reparto come questo dalla mattina alla sera. Dalla mattina alla sera, andiamo in tilt…l’interruttore della ragione ha un black out, si spegne e non sopportiamo più…come l’acqua scacciata dalla terra va fuori di essa, noi andiamo fuori di noi stessi!

Scopro una volta di più che basta conoscere l’ignoto per non averne più tanta paura, mentre cresce la paura per ciò che non conosci ma sai che esiste; per quella scintilla che può far  esplodere il tuo cervello, e manda in mille pezzi una vita già complessa!

Scopri una volta di più che il dolore che alberga in chi soffre di patologie mentali, è tanto diverso, tanto più grande, tanto più disarmante, quanto tanto poco capito e/o riconosciuto rispetto al dolore patito a causa di malattie fisiche!

Scopri il dolore e la disperazione di chi si accascia per terra  implorando di uscire, scopri lo stordimento di chi arriva vestito elegantemente con tanto di abito e gemelli ai polsi: scopri, una volta di più,  che in questa vita  sai dove ti svegli, ma non puoi sapere dove ti addormenterai.

Ho scoperto cose che ignoravo, ma ho riscoperto anche che la bellezza e la poesia sono ovunque, soprattutto dove non te l’aspetti, dove non la cerchi perché non pensi possa esserci!

L’ho ritrovata in un vaso di ciclamino dalla chioma fiorita “scalpata “ per farne un omaggio floreale ad una donna sconosciuta o ad una fidanzata.

L’ho ritrovata in un gruppo di persone sofferenti  impazienti di mangiarsi una pizza gigante con tante patatine fritte.

L’ho ritrovata nei  sorrisi di chi soffre!

…” Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore…”

(S.C.)

 

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IL POPOLO SOVRANO

12 Maggio 2011 74 commenti

Cara Giovanna, voglio profittare – subdolamente – del tuo frequentatissimo blog per lanciare un appello per il raggiungimento del quorum al referendum del prossimo mese di giugno. Sono sinceramente preoccupato per le sorti di questo Paese, particolarmente per il futuro dei giovani che rischiano di trovarsi sbandati, sfruttati e sottopagati in una situazione nella quale non avranno più nessuna voce in capitolo, come sta già accadendo a tutti noi. Stracciare i certificati elettorali e disertare le urne, come chiedono quelli della cricca, non è un gesto di protesta efficace: è un mandato in bianco a chi pretende non di governare ma di dominare il popolo. Io non chiedo di votare SI, anzi vorrei che andassero a votare proprio coloro che hanno qualche NO nel cuore; e lo voglio perché la democrazia è proprio questo: discutere e confrontarsi e, se non si è raggiunto un accordo, contarsi per decidere. Quello che si rischia rinunciando ad esprimere il nostro parere è proprio che qualcuno si senta autorizzato a non tenerne più alcun conto, né ora né domani né mai più. Perciò difendiamo i nostri diritti, il popolo sovrano siamo noi e non dobbiamo scordarlo, specie quando più forti si fanno le spinte autocratiche e cresce la faccia tosta dei potenti. Nella tua Sardegna, così duramente massacrata nelle attività produttive – compresa la tradizionale pastorizia – cresce la rabbia, e con essa il rifiuto della politica. Stiamoci attenti, perché il semplice rifiuto è autolesionista: per contare bisogna esserci e quando si ha la possibilità di decidere senza mediatori bisogna farlo o nessuno si curerà più delle nostre idee e dei nostri bisogni.
Scusa l’intrusione Giovanna, un grande abbraccio
J.

 

Caro Julien ho deciso di trasformare il tuo commento in un post per dargli la visibilità che merita, anche in considerazione dell’assordante silenzio che sta accompagnando questi ultimi giorni che precedono le votazioni. Come saprai, qui da noi, nei giorni 15 e 16 maggio 2011 si svolgerà il referendum consultivo popolare regionale riguardante l’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive.Vale il silenzio di cui sopra e monta la rabbia e la preoccupazione per questa catarsi che spinge al rifiuto di votare sopraffatti  e vinti    dalla  rassegnazione. Mentre si proclama che noi italiani siamo usciti bene dalla crisi, assisto nella mia martoriata terra all’esacerbarsi della stessa. Per la prima volta vedo diverse categorie  di lavoratori  unite nella lotta e mi si allarga il  cuore che simultaneamente  gioisce e piange. Gioisce perchè finalmente:”Decrarada est giaj sa gherra  contra de sa prepotentzia incomintzat sa passentzia in su pobulu a mancare “. Dichiarata è la guerra contro la prepotenza, perchè nel popolo la pazienza sta iniziando a mancare ( inno sardo scritto nel lontano -o vicino- 1794). Piange il mio cuore vedendo la disperazione dei tanti, troppi a cui non è rimasto più nulla…nè un lavoro, nè una casa, nè la salute, nè un futuro. E’ molto probabile che presto andrò ad ingrossare le fila di questi cassintegrati, commercianti, pastori, precari che oggi sono a Cagliari a manifestare e protestare e tremo di rabbia contro chi non capisce che qui, o ci salviamo tutti…o non si salva più nessuno. Non è più tempo di limitarsi a guardare il proprio orticello, bisogna allargare lo sguardo e far propria la miseria e disperazione altrui perchè l’effetto domino non salverà nessuno…perchè chi non ha più nulla da perdere leverà in alto i forconi e trascinerà nel baratro chi è causa di questo inarrestabile declino.

Un caro abbraccio a te Julien

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Equilibrio instabile

8 Marzo 2011 71 commenti

Mi si chiede di scrivere. Mi si chiede di arieggiare questa stanza dove da tempo non spalanco le finestre. In effetti fuori e dentro questo spazio c’è sempre la stessa aria che si respirava mesi fa.

E’ strano come tutto vada  avanti ad una velocità supersonica e tutto rimanga esattamente uguale a com’era.

Il maglione che avevo deciso di farmi  è ancora lì, manca poco a terminarlo ma è stato abbandonato!

lavoro

I libri iniziati sul comodino, vengono rimossi per togliere la polvere che vi si deposita sopra ma nessun invito ad aprirli  giunge da essi!

libri

Sono costantemente in equilibrio precario su un’immaginaria corda,  con pesi sempre nuovi che mi sbilanciano rendendo difficoltosa l’impresa di trovare stabilità.

equilibrio

Un senso di devastante precarietà   mi pervade e soffoca ogni mio anelito. Su tutto un senso di abbandono lacerante, una solitudine che graffia l’anima e i sensi. Un delirio costante e frustrante di cattivi pensieri. Una ricerca vana di un perchè, di un anelito di pace dopo tanto faticare. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Mi guardo dentro  e ardo di rabbia non più celata. Senza più freni inibitori vomito parole e assisto allo stupore che suscitano negli altri. Uno stupore che ammutolisce e che non paga il conto che gli sto presentando. E’ come se ,tutte le mie parole inzuppate di rancore che chiedono risposte ,riempissero le teste vuote dei miei interlocutori e dalle stesse uscissero senza darmi modo di capire quali son rimaste dentro. Come prendere una bottiglia d’acqua e una di vino…e provare a riempirne una terza senza fermarsi anche quando si è arrivati al bordo. Il liquido in eccesso fuoriesce, ma cosa sarà rimasto dentro? Resterà più vino o più acqua? Quali dei concetti espressi  tra i tanti,restano nelle  teste altrui e attecchiscono e danno un frutto?

Tutto avviene così velocemente che mancano terribilmente i tempi di sedimentazione, di elaborazione, di comprensione. E’ un vortice che scuote, è un ciclone che ti avvolge e ti sbatte ovunque lasciandoti esausta  incapace di capire e capirti in  un mondo divenuto estraneo! Niente sembra essere più al suo posto, niente sembra assolvere alla funzione per la quale è stato creato e non ci sono più certezze alle quali aggrapparsi.

estintoreCosa ci fa un estintore a bloccare la porta di un’unità coronica? Il suo posto non è lì ! Non è stato creato per quello. E’ tutto così grottesco ! No, nulla è più al suo posto! Si vive precariamente pervasi da un  costante senso di minaccia, nell’attesa che qualcosa di brutto, di tremendo accada!

La diagnosi è la paura! Paura di tutto: di perdere la salute, di perdere il lavoro, di perdere LA PACE, di perdere LA SPERANZA.

Per la cura, bisogna attendere!

“IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA”

Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole;

più comodità, ma meno tempo;

più lauree, ma meno buon senso;

più conoscenza, ma meno giudizio;

più esperti, ma più problemi;

più medicine, ma meno salute;

Abbiamo fatto tutta la strada fino alla luna e indietro, ma abbiamo problemi ad attraversare la strada per incontrare il nuovo vicino.

Costruiamo più computer per contenere più informazioni e produrre più copie che mai, ma abbiamo meno comunicazione;

Siamo migliorati sulla quantità, ma peggiorati sulla qualità.

Questi sono i tempi dei fast-food e della digestione lenta;

Grandi uomini, ma piccoli caratteri;

Profitti veloci, ma relazioni di poco valore.

E’ un tempo in cui c’è molto fuori dalla finestra, ma poco nella stanza.

Tenzin Gyatso, 14° Dalai Lama.

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E’ giunta l’ora…

30 Dicembre 2010 57 commenti

l'ora

( Caro Paolo, grazie a te…al tuo affetto e alla tua generosità…posso guardar l’ora e dire che : ” è giunta!” :  )

Già, è giunta l’ora di chiudere la porta al 2010!

E’ giunta l’ora di fare gli auguri…ma io non sono mai stata particolarmente brava ad adempiere a questi rituali!

Non amo fare bilanci a consuntivo, nè di previsione: troppe le variabili che influiscono e modificano i nostri progetti.

La verità quasi inconfessabile è che l’inizio di un nuovo anno, invece di suscitare   entusiasmo e aspettativa, provoca in me parecchia PAURA. E’ come affacciarsi in un pozzo, sapere che qualcosa in fondo c’è, ma riuscire a vedere solo il buio.

Son felice che questo anno ci stia lasciando, son  felice di averlo superato, son felice di essermi piegata tante volte, di esser stata sul punto di spezzarmi…ma di esser sempre riuscita, seppur con grandissimo sacrificio a risollevarmi.

Ripeto…non son brava a far gli auguri…ma spero per tutti noi, per tutti voi cari frequentatori di questa gabbia, che l’anno che sta per iniziare ci ritrovi ancora e sempre “vicini”, a darci forza…a farci sentire l’orgoglio di essere persone di cuore, dignitose e forti…nonostante tutto e tutti !

...”Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante
di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia
che ci dà vita, nell’impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell’altro fronte umano,
il loro rosso straccio di speranza…”

( P.P.Pasolini)

:-)

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STORIA DI UNA RANOCCHIA

21 Ottobre 2010 59 commenti

Dall’allegoria della Caverna di Platone a Matrix, passando per le favole di La Fontaine, il linguaggio simbolico è un mezzo privilegiato per indurre alla riflessione e trasmettere delle idee.
Oliver Clerc, scrittore e filosofo, in questo suo breve racconto, attraverso la metafora, mette in evidenza le funeste conseguenze della non coscienza del cambiamento, che infetta la nostra salute, le nostre relazioni, l’evoluzione sociale e l’ambiente.

Un condensato di vita e di saggezza che ciascuno potrà piantare nel proprio giardino per goderne i frutti.

LA RANOCCHIA CHE NON SAPEVA DI ESSERE COTTA:

“Immaginate una pentola piena d’acqua fredda in cui nuota tranquillamente una piccola ranocchia.
Un piccolo fuoco è acceso sotto la pentola e l’acqua si riscalda molto lentamente. L’acqua piano piano diventa tiepida e la ranocchia, trovando ciò piuttosto gradevole, continua a nuotare. La temperatura dell’acqua continua a salire.
Ora l’acqua è calda, più di quanto la ranocchia possa apprezzare, si sente un pò affaticata, ma ciò nonostante non si spaventa. Ora l’acqua è veramente calda e la ranocchia comincia a trovare ciò sgradevole, ma è molto indebolita, allora sopporta e non fa nulla.
La temperatura continua a salire, fino a quando la ranocchia finisce semplicemente per cuocere e morire. Se la stessa ranocchia fosse stata buttata direttamente nell’acqua a 50 gradi, con un colpo di zampe sarebbe immediatamente saltata fuori dalla pentola.
Ciò dimostra che, quando un cambiamento avviene in modo sufficientemente lento, sfugge alla coscienza e non suscita nella maggior parte dei casi alcuna reazione, alcuna opposizione, alcuna rivolta.
Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da qualche decennio possiamo vedere che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci stiamo abituando. una quantità di cose che avrebbero fatto inorridire 20, 30, o 40 anni fa, sono state poco a poco banalizzate e oggi disturbano appena o lasciano addirittura completamente indifferente la maggior parte delle persone.
Nel nome del progresso, della scienza e del profitto si effettuano continui attacchi alle libertà individuali, alla dignità, all’integrità della natura, alla bellezza e alla gioia di vivere, lentamente ma inesorabilmente, con la costante complicità delle vittime, inconsapevoli o ormai incapaci di difendersi. Le nere previsioni per il nostro futuro, invece di suscitare reazioni e misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente la gente ad accettare delle condizioni di vita decadenti, anzi drammatiche! Il martellamento continuo da parte dei media satura i cervelli che non sono più in grado di distinguere le cose…
Quando ho parlato di queste cose per la prima volta, era per un domani.. ORA è PER OGGI!!!
Coscienza o cottura, bisogna scegliere!
Allora se non siete, come la ranocchia, già mezzi cotti, date un salutare colpo di zampe, prima che sia troppo tardi.
Siamo già mezzi cotti? O no?”

Olivier Clarc

P.S.  questa storiella me l’hanno inviata via mail confezionata  con power point, accompagnata dalla preghiera di divulgarla.. Per facilitarne la lettura ho preferito postarla così. Mi piacerebbe solo aggiungere che IO NON SONO COTTA…MA SONO DECISAMENTE STANCA E SENZA PIU’ UN BARLUME DI  PAZIENZA!

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IL PUDORE

9 Ottobre 2010 27 commenti

Rieccola! Pensavo fosse andata via, invece è ricomparsa, -più disinvolta e più puttana che mai- canta Renato Zero. Ieri pioveva e indossavo una felpa, oggi ho di nuovo   il vestito estivo scollato e ho  pensato che l’estate è davvero una  stagione   senza pudore che ci conquista e ci fa somigliare a lei. Ricordo una richiesta che tempo fa mi fece un amico: “Giò – mi disse- parlami del pudore, cos’è per te”? Mi accinsi di buona lena  a farlo, per poi scoprire che non era un’impresa facile e pensai che avrei dovuto rispondere come Sant’Agostino quando, a chi gli domandava cos’era il tempo rispondeva: “ Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più.”

Già, cos’è il pudore? Forse è più facile dire cosa non è! Si può parlare di esso in riferimento a tanti aspetti del nostro vivere quotidiano:c’è il pudore fisico, che ci impedisce di   spogliarci  e mostrare la nudità del nostro corpo, quel “timore di mostrarsi interamente nudi”! C’è anche un pudore interiore che governa l’approccio nei confronti delle persone con le quali ci confrontiamo giornalmente, e che   determina una minore o maggiore apertura all’esternazione e alla confidenza intima. Per quanto mi riguarda,  è qualcosa che ha radici lontane, che in parte sicuramente mi è stato inculcato dall’educazione impartitami dai miei genitori, incolpevoli insegnanti, rei di avermi trasmesso ciò che, a loro volta è stato insegnato.

E’ comunque un riserbo connaturato, un sentimento di ritrosia per tutto ciò che è urlato, che è esibito sfacciatamente a tutti senza distinzione.  Riserbo da non  confondersi con reticenza; spesso si ha bisogno di tenere chiusi alcuni cassetti del nostro cuore per custodirne gelosamente il contenuto, un contenuto che sentiamo di dover proteggere per tutelare noi stessi e chi amiamo. In un manuale di psicologia lessi che “il bambino è all’inizio un essere amorale  dominato dal piacere e solo gradualmente riuscirà a controllare e reprimere gli istinti, quindi la moralità rappresenta la forma strutturata della repressione… tradizione morale che è trasmessa di padre in figlio”, vien da se che quando non si riesce a dominarsi si commette un  oltraggio al pudore, che è persino un reato. Allora davvero tutto, compreso il pudore, nasce da “quell’albero “ che è la morale dal quale poi tanti rami si estendono, e così come i rami, secondo le stagioni si vestono  o si svestono, anche noi secondo le stagioni della vita  e delle persone con le quali ci relazioniamo indossiamo i nostri vestiti più o meno pesanti. Il pudore è uno dei tanti abiti, a volte scomodo, stretto, castrante…complica ogni cosa: è come essere costretti a sganciare i tanti gancetti di uno stretto bustino  anziché sciogliere un solo fiocco. Il pudore visto come un abito, e nessun abito si tiene   sempre indosso. Per me, il pudore, è sempre stato legato alle mie prime volte, alle seconde, alle terze persino… poi ho iniziato a  svestirmi quasi senza accorgermene con le persone ( solo quelle poche) che hanno meritato stima e il dono di me stessa: corpo e anima.

Chissà qual è il confine tra pudore e vergogna.

Chissà perché ho la sensazione che il pudore  si coniughi o si debba  coniugare più al femminile.

Chissà perché si sta perdendo per strada e nessuno arrossisce più  di fronte  a nulla.

Chissà quando recupereremo in questa società che mostra tutto con protervia e sfacciataggine, un nuovo modo di essere, un maggior pudore: custode imparziale  e silenzioso dell’intimità e della riservatezza di ognuno.

“ Celami in te, dove cose più dolci son celate, fra le radici delle rose e delle spezie”

( Swinburne)

s'archittu 2010

( S’archittu: Estate 2010)

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TOLLERANZA ZERO

3 Agosto 2010 82 commenti

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Tra le mie  mani racchiudo il passato, il presente e quel che pensavo fosse il futuro. Oggi non ne sono più convinta ! Quando ogni azione, ogni gesto quotidiano di questa vita richiede uno sforzo continuo, una lotta continua, uno scontro ad armi impari con i tuoi interlocutori, finisce che perdi la speranza, finisce che perdi la fede e abbandoni per strada quei progetti che ritenevi importanti e di vitale importanza per te.

Ligabue dice che vivere è un atto di fede, io credo e si consolida sempre più in me la convinzione che vivere sia un atto di coraggio e a questo proposito mi sovviene la massima che scrissi nella mia ultima agenda  dell’ultimo anno di scuola:” in questa vita non è difficile morire, vivere…è di gran lunga più difficile”!

 Ho sperimentato in mesi difficili e complicati come sia pesante gestire il rapporto con i burocrati. Ho sperimentato come ci si senta letteralmente schiacciati da una mole enorme quanto inutile di cavilli che paiono essere stati ideati per soddisfare la brama di “dominio” di taluni piccoli e insignificanti impiegatucci che cercano un riscatto alla loro mediocrità opprimendo gli altri da dietro una scrivania che li vede arrogarsi diritti che non hanno.

Ho deciso che la mia, sarà una tolleranza ZERO!

Scrivo in queste  pagine  virtuali che più o meno tutti stiamo abbandonando per disincanto stanchezza e malumori, per urlare la mia rabbia   e   affermare con maggiore convinzione la mia decisione ad avere tolleranza ZERO:

Verso chi ci governa e finge di non vedere e sentire…

Verso chi cerca di umiliarmi e  tenta di non ascoltare le mie ragioni  perché non vanto conoscenze altolocate…

Verso chi accetta di ricevermi perché ho una bella voce e chissà come è il resto…

Verso tutti quelli che non fanno bene  il loro dovere, fosse anche lo spalatore di cacca…

Verso tutti i cafoni che incontro per strada in questo periodo nei loro ingombranti suv, che credono di essere i padroni del mondo e che mi trovo costretta a fermare di prepotenza per poter passare almeno  nelle strisce pedonali…

Verso quelli che non si fermano agli stop e rischiano di travolgerti…

Verso quelli che scendono dalle loro roulotte e svuotano le loro vesciche gonfie contro i muri delle case…

Verso quelli che circolano praticamente nudi per le strade cittadine esibendo “pacchi“ osceni per grandezza o piccolezza, o seni cadenti e pance e sederi debordanti, cose che in spiaggia non guardi ma se te li ritrovi davanti al banco salumi un po’ di schifo te lo suscitano…

Verso chi non si lava, e ti costringe a subire il loro odore sgradevole…

Verso chi urla al cellulare e ti rende partecipe di cose che non ti interessano e magari è pure favorevole alla legge sulla privacy…

Verso bambini scalmanati e maleducati al pari dei genitori che trattano la cosa altrui come propria…

Verso chi vuole la tua amicizia perché gli fai comodo…

Verso chi dice di amarti e si comporta come il peggiore dei criminali…

Verso chi fa promesse che puntualmente non mantiene…

Verso chi mente…

Verso chi va in chiesa a pregare e pensa di salvare la sua anima dannata senza fare neanche un atto di carità cristiana…

Verso chi non ha la forza di un pensiero più grande e tratta male chiunque…

E potrei continuare all’infinito ma, mi fermo qui!

Mi costerà la vita, ci perderò la salute ma, in mezzo ad una marea di  arroganti  e indolenti e prepotenti e rassegnati più o meni consapevoli, scelgo di pensare…scelgo di lottare…scelgo di orientare le azioni invece di subirle!

 

…Quando inizi a capire
che sei solo e in mutande
quando inizi a capire
che tutto è più grande…

Tra una botta che prendo
e una botta che dò
tra un amico che perdo
e un amico che avrò
che se cado una volta
una volta cadrò
e da terra, da lì m’alzerò…

( F.M.)

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PASSERA’…

20 Luglio 2010 33 commenti

Gatto1

 

 

 

Stamattina ero persa nei miei pensieri…un pò come il gatto Felix! A sorpresa si è avvicinata una zingara e mi ha detto: ” Sorridi, devi sorridere almeno una volta alla settimana…i pensieri e le preoccupazioni fanno male alla testa e allo stomaco. Tu stai male per colpa degli altri, gli altri ti hanno fatto del male…ma stai tranquilla…tutto si risolverà…non preoccuparti più! Ho fissato  senza parlare quel volto scuro, i suoi tre denti d’oro, il suo sorriso quasi dolce…ho rifiutato la sua richiesta di predirmi il futuro…e nel sorridermi è andata via!

Osservo le barche dei turisti che rientrano dalle gite. La bandiera dei quattro mori svetta sui pennoni…soffia una brezza leggera…si…forse ha ragione lei, tutto si risolve, in un modo o nell’altro!

P.S. Lo so, è un post demenziale, ma quello precedente  era datato…e occorreva cambiar pagina! In tutti i sensi!

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BLOG LISTATO A LUTTO

11 Giugno 2010 79 commenti

 

 

 

 

 

listato a lutto 1

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IO MI VOGLIO PASTORE

26 Aprile 2010 62 commenti

Stavolta non scriverò tante parole…preferisco che il vostro tempo  lo dedichiate alla visione del video che ho scelto per voi.

Ho spesso parlato dell’orgoglio che nutro per la mia terra e la mia gente, ma chissà se sono davvero riuscita a far capire cosa significhi avere ogni fibra del proprio corpo impregnata di  questo “orgoglio”!

Questo video, proprio attraverso il racconto di questa vita lo fa con semplicità!

 

formirt

( Questo è il frutto del lavoro di questo  pastore,dell’intelligenza e della fantasia e della modernità applicata ad un mestiere antico come il mondo: un formaggio pecorino aromatizzato al mirto e al timo….) 

 
IO MI VOGLIO PASTORE!

Video importato

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