ABBANOA: STORIE VECCHIE!

30 Maggio 2016 20 commenti

Alcuni giorni fa ho inviato una mail al quotidiano “l’Unione Sarda” chiedendo venisse pubblicata. E’ stato un tentativo forse vano, uno dei tanti per far sentire la mia voce, per  avere una risposta e per vomitare la rabbia che mi divora! Poi mi sono ricordata che avevo un altro canale per far sentire la mia voce: il mio caro vecchio e abbandonato blog!

“Scrivo per esprimere la rabbia suscitatami dall’ennesima fattura di abbanoa : rabbia che mi auguro  di riuscire  a tradurre in parole civili ed educate. Abbiamo appena pagato una fattura  per consumi  dal 2015 al 2016 ed  eccone pronta un’altra che fa riferimento a  conguagli dal 2005 al 2011 (?????) . Quante ancora se ne inventeranno per dissanguarci? Abbanoa , così pronta a recepire disposizioni che consentono di recuperare  costi pregressi   e cosi manifestamente incapace di risolvere il benché minimo problema che noi utenti le sottoponiamo . Così incapaci di  fornire risposte chiare e univoche ma così solerti a mandare lettere che interrompono le prescrizioni ! Chiedo all’amministratore Ramazzotti  se occorre  più professionalità,  attenzione e puntualità  nel  mandare queste ultime, piuttosto che esaminare i reclami e dar loro una risposta! Se si agisce per interrompere una prescrizione è evidente che si è a conoscenza di un reclamo e allora,  perché non evaderlo? Perché oltre il danno , c’è pure la beffa!  Dopo aver inoltrato i reclami infatti, vengono sospese le fatturazioni e ci si ritrova dopo anni di assordante  silenzio a ricevere fatture con importi astronomici!! Ma dov’è la logica, dov’è il buon senso? Nel tentativo vano di avere risposte, siamo  obbligati  a rapportarci e  scontrarci con incolpevoli  operatori dei call center male istruiti e indottrinati per incutere ai malcapitati di turno paure che hanno lo scopo di  indurli a pagare. Spesso, dopo ore di attesa, mi sono infatti sentita rispondere: “se non paga il suo reclamo non verrà preso in considerazione”.  Qualcuno dovrebbe spiegare agli operatori cos’è un reclamo e quali sono i suoi effetti!Attualmente sono in attesa di risposte per ben due  reclami! Uno per mio padre inoltrato nel 2010 per consumi riferiti al 2007. Aveva 80 anni ora ne ha 87 … chissà che non muoia nell’attesa di avere l’attenzione che merita! Si mandano mail, fax, raccomandate, pec, si sta ore al telefono, si perdono giornate di lavoro per recarsi personalmente negli uffici di zona… INUTILMENTE!  La misura è colma, anzi stracolma e non dell’acqua  che ci fornisce  abbanoa… ma del livore e della rabbia che la loro inettitudine fa nascere e crescere in noi!

Non saluto cordialmente  l’amministratore Ramazzotti  perché di cordiale non mi è rimasto più nulla… ma sicuramente lui capirà.”

Naturalmente non ho ricevuto  nessun riscontro ma, nei giorni seguenti, nello stesso quotidiano , hanno trovato spazio le lamentele e le prese di posizione di qualche politico ( Pili) e di Vargiu – Presidente regionale dell’Adiconsum – alle quali il Dottor Ramazzotti  ieri ha voluto rispondere. La sua lettera mi ha fatto venire voglia di aggiungere qualcosa alla mail che ho scritto al giornale!

Il Dottor Ramazzotti dice che stanno cercando faticosamente di voltare pagina e si chiede se saranno all’altezza degli investimenti ambiziosi che hanno posto in essere. Il suo dubbio è pure il mio visto che, come già detto non riesco ad avere una risposta ad un semplice reclamo! Mi chiedo se,  non sarebbe opportuno  mettersi dei traguardi facilmente raggiungibili … giusto per fare un po’ di rodaggio no !?

Il Dottor Ramazzotti dice di aver bisogno di cittadini severi che li giudichino per quello che fanno a UNA CONDIZIONE PERO’… che si paghino le bollette! ……. Rispondo con i puntini di sospensione: sarà estremamente facile intuire cosa nascondono !

Sa che c’è Dottore? Io sono tra i tanti sardi che pagano regolarmente il servizio (???) che Abbanoa fornisce! Lo faccio senza clamori come dice Lei, lo faccio perché me lo posso permettere – ancora – , lo faccio perché sono una persona onesta, lo faccio perché è un dovere, lo faccio perché così so di avere diritto a dire la mia, a pretendere di essere trattata con rispetto ( cosa che non accade)! Ma io non credo ad un’azienda pubblica  che non soddisfa le mie elementari esigenze e che invece di aiutare me , ha lo scopo di aiutare  se stessa e”l’economia e le imprese”.  Accoglierò l’invito di chi ci incita alla disobbedienza, e spero che saremo in tanti a rispondere! Non mi è mai piaciuto far parte di un gregge che sa solo ubbidire all’abbaiare del cane pastore. Voglio fare la pecora nera una volta tanto…perché è assurdo, ridicolo, indecente e grottesco che da una parte si “esorti” il popolo a pagare…e dall’altra non si diano risposte a chi VUOLE PAGARE ( il giusto)! 

 

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QUANDO SI MUORE, SI MUORE SOLI.

22 Luglio 2014 36 commenti

Ho capito perché, quando si muore…si muore soli!

Si muore soli, perché i congiunti sono su facebook a dire che è morto quel  qualcuno che è stato lasciato solo, per poter urlare a tutti, anche al vicino di casa, che qualcuno è morto!

Si muore soli, perché gli amici ed i parenti sono anche loro su facebook a leggere ciò che hanno scritto i congiunti di chi è morto solo per poi  dire a tutti gli altri che non lo hanno ancora letto di correre a leggere !

“…sorella morte lasciami il tempo

di terminare il mio testamento

lasciami il tempo di salutare

di riverire di ringraziare

tutti gli artefici del girotondo

intorno al letto di un moribondo…”

Sorella morte lasciami il tempo di salutare tutti sul web, perché so che nessuno avrà
il tempo di venire al mio capezzale  che magari puzzerà di sudore e morte, perchè  tutto questo è poco elegante … e non usa più in un mondo virtuale  dove tutto deve apparire perfetto, dove non si sente il tanfo della vigliaccheria  umana, dove anche il lupo sembra un agnello!

 “…quando la morte mi chiederà

di restituirle la libertà

forse una lacrima forse una sola

sulla mia tomba si spenderà

forse un sorriso forse uno solo

dal mio ricordo germoglierà

se dalla carne mia già corrosa

dove il mio cuore ha battuto un tempo

dovesse nascere un giorno una rosa

la do alla donna che mi offrì il suo pianto…”

La do alla donna o all’uomo che verserà lacrime sincere prima della mia morte, che mi avrà detto di amarmi ogni giorno, che mi avrà detto ciao e non addio, che mi avrà accarezzato il volto e detto che son bella… da viva, che ha goduto dei miei sorrisi e non della  smorfia di dolore che la morte disegnerà sul mio volto!

Che mondo è mai questo, dove invece del silenzio si fa tanto rumore?

Che mondo è mai questo, dove anche nell’ultimo momento della nostra vita,  gli uomini  non rinunciano  a calcare la scena esibendosi come attori protagonisti?

Che mondo è mai questo, dove non si  lascia spazio neanche  a lei? ALLA MORTE ?

Dov’è il rispetto che le si deve?

Dov’è il rispetto che si deve a quel corpo martoriato, svuotato dell’anima e della vita esibito agli sguardi impietosi e indifferenti di pseudo amici e finti conoscenti arrivati da ogni dove a vedere ciò che non si dovrebbe vedere?

Tristi macabri e inumani rituali che si perpetuano da sempre ad uso e consumo di chi vuole lavarsi la coscienza sporca per non esserci mai stato quando era il momento.

A chi giovano, se non a quegli altri indifferenti, le lacrime finte, piante solo per esibire un millantato struggente dolore? Se le prefiche -donne prezzolate per piangere ai funerali-, nell’antichità avevano una ragion d’essere, le donne che piangono oggi al servizio esclusivo dell’immagine  che di  se stesse voglion dare, in quale girone dell’inferno le dovremo far collocare?

Artigli d’avvoltoio che si ancorano ad una bara  quasi a voler trattenere un morto che han già lasciato andare via da vivo tanto tempo prima.

Dov’è finita l’umana pietà?

“…Ma adesso che viene la sera ed il buio

mi toglie il dolore dagli occhi

e scivola il sole al di là delle dune

a violentare altre notti:

io nel vedere quest’uomo che muore,

madre, io provo dolore.

Nella pietà che non cede al rancore,

madre, ho imparato l’amore”.

F.De Andrè

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SARDEGNA CHI_AMA

3 Giugno 2014 25 commenti

La prima volta che sentii parlare di Paolo Fresu fu nel film-documentario di Cabiddu:” Passaggi di tempo- sonos ‘e memoria-“; la direzione musicale era appunto la sua. Un film che mi rimase impresso, che vidi sentendo dentro un’emozione incredibile poiché racchiudeva tutta la nostra storia e metteva in risalto quelle che io definisco le nostre due anime: le nostre culture diverse e opposte. Il pregio di quest’opera, a mio modesto avviso, era appunto quello di “…aprire orizzonti nuovi, dove la memoria non è retaggio ma punto di partenza necessario per l’esperienza di uomini che attingono alle radici per proseguire il cammino, per tracciare quei sentieri che conducono fin nel cuore di ogni isola…” Paolo Fresu ha raccontato in musica un mondo che non esiste più, che si è naturalmente evoluto ma che è rimasto comunque ancorato al mare e saldamente legato alla terra . E di terra in Sardegna ce n’è tanta… come c’è tanto mare…come c’è tanto vento a sferzarci, a piegarci, a formarci… Mi rimase impresso il rapporto col padre e la cura nel cercare di non perdere nulla del suo sapere! Quanto amore, quanto profondo rispetto vidi in questo! E quanta poesia nel vederlo suonare la tromba in territori completamente deserti, abitati e dominati dal vento; è davvero uno spettacolo unico…è un tutt’uno con la sua terra, è un dialogo intimo e profondo fatto di silenzi e musica! In quei sovrumani silenzi, di Leopardiana memoria, la sua tromba parla al cuore di chi lo sa ascoltare.
Ho poi avuto modo di sentirlo e vederlo nelle varie esibizioni che ha fatto anche qui, dove vivo, e ogni volta mi colpiva la sua grande semplicità, il suo riserbo, il suo sorriso gentile!
Scrivo questo post per ringraziarlo!
Il concerto “Sardegna chi_ama” da lui fortemente voluto e organizzato, è stato magico e mi ha regalato emozioni dimenticate.
Lui ha chiamato, e in tanti hanno risposto !

Hanno risposto i sardi ed era normale lo facessero, ma non era altrettanto scontato che lo facessero gli artisti che si sono generosamente esibiti sul palco per noi, e per ricostruire le scuole danneggiate dall’alluvione!
Mentre lo spettacolo stava per avere inizio, sopra le nostre teste sfrecciavano gli aerei a bassa quota, pronti all’atterraggio. I fenicotteri, con i loro meravigliosi colori, attraversavano il cielo azzurro schierati a V, catturando i nostri  sguardi e… su tutto un freddo vento di maestrale giocava a voler essere lui, il protagonista!
Sono stati bravissimi tutti: la dissacrante Geppi Cucciari, mai scontata o banale che ci ha fatto ridere come dei pazzi: il poliedrico e misurato Neri Marcorè, e uno per uno tutti gli artisti che hanno calcato quel palco! Ne cito solo due, le prime donne che si sono esibite in apertura…le cito perché hanno toccato le corde del mio cuore! Gianna Nannini che con la sua voce rock ci ha reso doppio omaggio cantando in sardo divinamente una delle nostre più belle canzoni d’amore: Non potho reposare!
Ornella Vanoni che ha cantato “Ogni volta” duettando con la tromba di Paolo Fresu! Un arrangiamento che metteva i brividi.

http://spettacoli.tiscali.it/articoli/video/musica/14/06/vanoni-fresu-ogni-volta.html

No, non ci sono parole per descrivere quanto sia stato bello…è stato proprio un gran bel regalo -uno di quelli che apri e poi piangi-, direbbe Tiziano Ferro! Continuavo a pensare a quanto sono stati e devono essere orgogliosi i familiari di Paolo Fresu…che han visto crescere e poi partire per il mondo un figlio così bravo, che non si è mai dimenticato delle sue origini !
Invidiavo gli artisti che hanno il grande potere di fare grandi cose a costo quasi zero, facendo la cosa che più amano fare! Ho deciso:se torno a nascere voglio fare la cantante e fare concerti gratuiti per il mondo :-) L’unica cosa che ho trovavo ”strana” era il ringraziamento che loro han tributato a noi che non abbiam fatto null’altro che ricevere il loro regalo!
Grazie a tutti loro, per averci offerto un così grande e bello spettacolo…grazie per esserci stati e aver duettato con i nostri artisti regionali  con umiltà e generosità: semplicemente GRAZIE!
Durante il concerto, Giovanni Floris, intervenuto sul palco, ricordava che questi disastri, le alluvioni, accadono perché “ s’abba tenet menoria”: l’acqua conserva la memoria del suo letto, e ad esso torna distruggendo ciò che trova nel suo cammino. In questo caso, anche noi conserveremo la memoria di quello che abbiam vissuto in una notte dove la musica ha fatto da volano per ricostruire proprio là, dove si formano le menti e i caratteri di ognuno di noi.
Mi pare giusto rendere omaggio a tutti… cantanti, musicisti e attori… perché sabato, ci han mostrato le cose belle del loro cuore!

 

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DISTRUZIONE

19 Novembre 2013 26 commenti
RESISTERE
FOTO DI LAURENT SCHWEBEL

 

Chi mi segue da tempo sa che ho perso le
parole…sa che nel mio vocabolario prevalgono solo quelle tristi che sanno dare
voce  ad una realtà inquietante e senza speranza! Poichè sono profondamente ed
intimamente convinta che nessuno di noi ha il diritto di angustiare gli altri,
di cambiare i colori dell’arcobaleno, di insinuare nelle loro menti, anche solo per un
attimo, il dubbio che quel cielo che  vedono azzurro, è  invece  nero pece come lo vedo io… me
ne sto in disparte e parlo solo quando è la ribellione che si impossessa di me…
quando essa, con tutta la sua carica di aggressività e sconsideratezza vomita
parole che la maggior parte del tempo tengo per me!

Oggi non posso stare zitta, oggi non voglio limitarmi a piangere, oggi voglio dire alla mia terra martoriata che ci
sono, perchè son sua figlia, e come qualsiasi brava figlia, voglio esserci…nel bene, e soprattutto nel male
!

Cara terra mia, cara gente mia…così simile a me e anche così diversa…quanto dolore, quanta sofferenza,
quanta distruzione!

Ringrazio Angela, cara e dolce Angela…alla quale ho ” rubato ” la foto del passerotto che ho postato in questo
articolo. Ogni volta che entro nel suo blog e la vedo mi fermo e mi incanto a guardarla. Credo di poter affermare che le due foto postate qui, oggi, sono tra le cose che più mi han colpito nel mio navigare in questo mondo virtuale… mi
han toccato così intimamente e profondamente da aver necessità si sostare spesso davanti ad esse !

Un passerotto a testa china, infreddolito, bagnato, piccolo, solo… quanta poesia, quanta solitudine, quanto
coraggio e forza emana! ANGELA gli ha dato un “titolo”: … resistere…! E il grido, è la parola d’ordine che sicuramente, oggi, tanti miei conterranei si stanno ripetendo come un mantra.

Recentemente c’è stato il tifone alle Filippine che ha provocato una devastazione immane  ma ahimè, non ho difficoltà ad ammettere che nonostante le migliaia di morti, i miei occhi son rimasti asciutti. Quella terra è così lontana da me! Quelle persone sconosciute. Ma questa tragedia , è la tragedia della MIA TERRA, di gente conosciuta e sconosciuta che parla la mia lingua, il mio dialetto…che sa quanto sia bello e difficile vivere in una regione depredata, violentata, sfruttata e poi abbandonata al suo destino di miseria   ed ignoranza come una vecchia puttana .

In quei campi devastati io son passata, io ho calpestata quella terra, quelle strade, quelle case costruite con fatica e sudore. Una delle cose che mi sta commuovendo oltre ogni dire, è la solidarietà e commozione che questa tragedia sta suscitando in tutta la penisola! Non ci sono abituata…ma credo di poter credere alla compassione e solidarietà che stanno esternando tutti. Sono poche le persone che non sono mai venute in Sardegna, ed evidentemente è vero…per tanti turisti venire qui ” è piangere due volte: quando si arriva e quando si riparte”. Chi ci ha conosciuto, chi ha visto la bellezza della nostra terra, lo splendore del nostro mare  e l’immensità silenziosa del nostro entroterra, non può non
amarci, non può non amarla .

Non è devastata la Sardegna dei vip , è devastata la Sardegna dei sardi…e fa tanto male. Per scelta non ho inserito fotografie della devastazione, ma due, che a mio avviso, sono altrettanto emblematiche ed esaustive. Il passerotto intirizzito a capo chino sotto la neve…e un cavallo
carbonizzato,in ginocchio, morto  a causa della malvagità umana, piegato alla
ferocia di chi, in estate brucia la Sardegna… Le due facce della mia terra: in estate morire arsi nei campi che si cerca di salvare e in inverno morire come topi in cantina o dentro una macchina travolti dalla pioggia e del fango….

Chiudo il mio post, con un ringraziamento a tutti quelli che si son preoccupati per me. Vi abbraccio tutti con affetto sincero!

La Sardegna è in ginocchio, ma non può e non deve morire!

 

 

 

 

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E’ colpa della crisi…

24 Maggio 2013 70 commenti

E’ trascorso un tempo lunghissimo dal mio ultimo post.
Era il mese di febbraio dello scorso anno e come un fermo immagine è ancora li a testimoniare una delle pagine più brutte che io abbia mai vissuto.
Lenti e inesorabili son trascorsi giorni e mesi complicati dove il dolore e l’angoscia son stati gli unici protagonisti.
Oggi, ad oltre un anno di distanza,volto anche questa pagina!
Leggere nel blog di Sergio i suoi saluti, leggere la parola fine mi ha scosso! No, non amo gli addii, non sopporto che le cose abbiano una fine, non sopporto il vuoto che la perdita crea in me.Io posso vivere senza il blog, ma semplicemente non voglio farlo! Ho pigiato forte le mie dita sulla tastiera nel tentativo di ribellarmi ad una decisione che comunque capisco e condivido, ma il mio egoismo ha il sopravvento sulla logica! L’egoismo di chi vede un mondo andare in mille pezzi e non si rassegna e vuole avere la garanzia che quei pochi punti di riferimento resteranno il più a lungo possibile, o almeno sino a che ci si sentirà meno stanchi e meno vuoti, almeno sino a che si sentirà nelle gambe quel po’ di forza in più che ci farà camminare a passo più svelto magari anche da soli. Mentre scrivo due turisti si sono fermati davanti al mio ufficio, lui si mette in posa: sorride alla ragazza che lo immortala ed esibisce il suo dito medio alzato sullo sfondo del mare agitato, agitato come i miei pensieri!
E’ vero caro Sergio, ci vuole una bella faccia tosta a lamentarmi visto che io diserto la mia casa, ma ha ragione Julien, c’entra molto la crisi che stiamo vivendo. Una crisi, la cui gravità io ho avvertito molto prima degli altri ,ed è per questo che quando è esplosa in tutta la sua drammaticità, io ero già senza energie per affrontarla. Potrei scrivere pagine su pagine e raccontare quanta angoscia, quanta paura, quanta rabbia, quanta delusione, quanta follia io senta in corpo a causa di questa terribile crisi. Ma queste emozioni e queste sensazioni sono le stesse che viviamo tutti ed è inutile parlarne ancora. Concentro la mia attenzione su un fatto nuovo, almeno per me!
Julien parla della difficoltà a recuperare la nostra umanità, e non sa che è il pensiero che più mi angustia da diversi mesi. Per me infatti, è stato sempre un punto fermo nella vita custodirla e conservarla intatta, come una verginità…anzi, non è neanche così, perché l’umanità non è un bene da conservare intatto, è un qualcosa che deve crescere sempre più, un patrimonio che matura in misura esponenziale alle tue esperienze di vita, e più dure esse sono, maggiore è l’umanità che devi sviluppare. Almeno questo è il mio pensiero.
L’ho ribadito spesso, tutto ciò che di negativo viviamo, deve servire a renderci più umani, a capire, aiutare e perdonare non solo noi stessi, ma anche e soprattutto gli altri! E’ sempre stato così per me. Sono diventata una persona migliore solo dopo aver sofferto: il dolore mi ha reso “bella”!
Improvvisamente però l’incantesimo si è rotto a causa della crisi e io mi sento “brutta” e mi vergogno!
Mi dibatto così in sensazioni che mi erano estranee sino a poco tempo fa!
La vergogna, questo sentimento di colpa, di umiliazione che provo non per ciò ho fatto, quanto per ciò che non ho fatto e per i cattivi pensieri che penso di continuo.
In questo caos, in questo calderone dove tutto bolle ed erutta vapori malsani non distinguo più il vero dal falso, non capisco più chi ha bisogno veramente e chi invece millanta miseria. Mi son persa! Vedo un grassone rubicondo che urla che ha fame e penso che se avesse davvero fame sarebbe pallido ed emaciato. Vedo sguardi cattivi e sento voci sgraziate di uomini e donne pretendere con arroganza che qualcuno dia loro casa, lavoro, e ogni sorta di privilegio mentre fumano e bevono la birra al bar.
Sento gente che lavorava nelle fabbriche ora chiuse inveire contro il “padrone” e mostrare a solerti giornalisti il danno che le fabbriche hanno arrecato all’ambiente. Ma nei lunghi anni che ci hai lavorato perché sei stato zitto? Perché ora vuoi far mandare a spasso quei pochi rimasti?
Sento gente che ha beneficiato di mille privilegi scagliarsi contro quei pochi che son rimasti oggi a goderne qualcuno.
Sento gente che pur avendo un lavoro regolare fa altri lavori rigorosamente al nero, evadendo tutto il possibile, per poi lamentarsi perché bisogna aspettare due settimane per una tac.
Sento l’invidia e la malvagità.
E potrei continuare in questo elenco infinito….
Ma chi mi da il diritto di essere così dura?
Chi mi da il diritto di “giudicare”?
In qualche misura mi autorizza la mia vita. Una vita vissuta con parsimonia senza mai sprecare nulla! Senza mai sprecare soldi, esperienze, lacrime e sorrisi.
Ogni cosa ha sempre avuto un senso, è stata vissuta nel rispetto del suo reale valore . Se cadrò in disgrazia, come le migliaia di persone che oggi stanno soffrendo la fame e la miseria non potrò recriminare nulla. Ma quanti di noi possono affermarlo?
Ecco, mi sento brutta nel fare questi pensieri, mi sento brutta quando mi concedo un piccolo lusso, perché mi sembra di fare un torto a chi non ha più nulla!
Questa crisi fa provare vergogna a chi, come me, ha il privilegio di avere ancora un lavoro, per quanto modesto e precario.
Questa crisi mi fa dibattere in queste evidenti contraddizioni, mi fa vivere tra mille dubbi , mi toglie la pace e non mi fa godere più di nulla!
La mia umanità si sta perdendo…lasciando spazio solo ai cattivi pensieri!
Un abbraccio ai miei cari amici del blog che spero restino seppur saltuariamente con i loro tempi e i loro modi…perché abbiamo bisogno gli uni degli altri…ancora, ne abbiam tanto bisogno!

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Impazzire…quasi…

20 Febbraio 2012 42 commenti

Parcheggiamo  la macchina con il cuore stretto in una morsa di gelo, mentre la testa e le gambe vorrebbero correre via: altrove, lontano! Sui muri fatiscenti disegni colorati e astratti danno il benvenuto in una struttura ospedaliera. Tutt’intorno la  desolazione e l’incuria regnano sovrane e inducono – erroneamente-   a   pensare che questa struttura non sia  operativa da tanto: tavoli e sedie ammassati in un angolo e cumuli di foglie secche ricoprono un pavimento malandato rendendolo ancora più scivoloso e pericoloso. Suoniamo il campanello e attendiamo che qualcuno apra. Ci presentiamo  ed entriamo a scoprire cosa si cela dietro ciò che non conosciamo. Sono principalmente due le cose che colpiscono la mia attenzione: l’assenza di odori e i pazienti vestiti con gli abiti di tutti i giorni. Non c’è infatti il classico odore di medicinali e disinfettanti che regna negli altri reparti ospedalieri e la maggior parte dei pazienti indossa  jeans, giubbotti, e qualcuno persino  cravatta ed impermeabile; non si capisce chi è il paziente e chi il visitatore.

Muovo pochi passi seguendo il suono di una voce nota e mi ritrovo in una sala dove qualcuno termina la sua cena. Non faccio in tempo a sedermi che un signore anziano dai miti occhi chiari allunga il suo braccio     verso di me, nella mano stringe ciò resta di un fiore di ciclamino senza il gambo! Lo guardo, osservo il suo cappotto, le sue pantofole ai piedi e gli chiedo stupita:” E’ per me?” Lui risponde di si, e al mio sincero grazie  ha un gesto di noncuranza, come a dire: “non mi ringrazi, è giusto così!” Quella che prima era una stanza quasi vuota inizia a riempirsi in un via vai di piedi strascicati, sguardi fissi nel vuoto, corpi immobili o dondolanti che svelano una dolorosa realtà. Mi sento osservata mentre per pudore, discrezione, disagio evito di fare altrettanto; difficile se non impossibile sostenere quegli sguardi, e altrettanto impossibile  è leggervi dentro. Il vecchietto ritorna, ha la flebo,due scatole di colori e un foglio stropicciato. Lentamente li sceglie e   traccia   linee e forme del suo disegno per poi farmene dono: è un vaso di ciclamini!

Sono dentro un mondo sconosciuto sino ad oggi, mi trovo in un reparto di psichiatria: luogo di emozioni e reazioni fortissime ed altrettanto dolorose. A differenza di quanto accade in un qualsiasi altro reparto  dove viene spontaneo chiedere  per quale patologia si è ricoverati, qui si tace. Qui c’è spazio solo per una pena profonda, per un dolore che annichilisce e ammutolisce, qui, il senso di parole come compassione ed empatia si svelano in tutta la loro intima e semplice profondità. Osservo giovani donne, mamme a cui fan visita ragazzini adolescenti spauriti,ragazzi giovanissimi, meno giovani, padri di famiglia. Hanno tutti la medesima espressione vacua, i gesti rallentati e strascicano le parole dopo attimi di immobilismo nei quali ti rendi conti che stanno cercando di riacciuffare il senso di un qualcosa che sfugge loro. Ogni tanto, qualcuno con una patologia più severa di altri attacca brighe e scoppia immediata la lite. I toni si alzano, immediatamente accorrono gli altri pazienti a difendere il più debole e redarguire e cacciar via l’intruso in un clima di solidarietà e mutuo soccorso che vedrò rafforzarsi nei giorni seguenti. Ad uno scoppio di tosse ecco arrivare il signore ( che avevo scambiato per un  amministratore)con l’impermeabile e la cravatta gialla pronto a offrire delle pastiglie per il mal di gola.Tutto si snoda e avvicenda in un continuo baratto. Passano i giorni, le settimane, ci si conosce senza conoscere nulla dell’altro, se non quello che gli altri vogliono dire di se stessi e delle loro vite confuse tra realtà e fantasia malata. Capita anche di ritrovarmi magicamente a ridere contro ogni volontà come quando un paziente sdraiato in silenzio nel suo letto, nell’ascoltare i racconti esagerati  del suo compagno di stanza ci guarda e dice sorridendo:” scusateci eh…siamo pur sempre in psichiatria”. Col passare dei giorni si entra in quel reparto senza timore,senza il patema e l’angoscia dei primi giorni. Al suono del campanello capita che accorrano in tanti a vedere i nuovi arrivati, capita che l’infermiere dia loro la chiave per aprirci la porta  e farci entrare e loro sorridenti come bimbi felici a cui è stato dato un incarico importante aprono sorridendo e ti stringono la mano chiedendoti come stai. Non hai più paura quando qualcuno ti si avvicina  e ti tocca e gattona per la stanza o quando straparla. In questi giorni osservando  la terra del giardino che scacciava l’acqua perché oramai satura di essa, ho pensato al cervello di noi esseri umani. Affrontiamo tante cose, sopportiamo tanto nell’illusione che ciò che non ci uccide ci rende più forti, ma sempre più spesso capita invece che il cervello vada in tilt, non riuscendo più ad accettare, metabolizzare, comprendere e sopportare l’inferno che spesso   ci troviamo ad affrontare in terra…e per questo ci si ritrova in un reparto come questo dalla mattina alla sera. Dalla mattina alla sera, andiamo in tilt…l’interruttore della ragione ha un black out, si spegne e non sopportiamo più…come l’acqua scacciata dalla terra va fuori di essa, noi andiamo fuori di noi stessi!

Scopro una volta di più che basta conoscere l’ignoto per non averne più tanta paura, mentre cresce la paura per ciò che non conosci ma sai che esiste; per quella scintilla che può far  esplodere il tuo cervello, e manda in mille pezzi una vita già complessa!

Scopri una volta di più che il dolore che alberga in chi soffre di patologie mentali, è tanto diverso, tanto più grande, tanto più disarmante, quanto tanto poco capito e/o riconosciuto rispetto al dolore patito a causa di malattie fisiche!

Scopri il dolore e la disperazione di chi si accascia per terra  implorando di uscire, scopri lo stordimento di chi arriva vestito elegantemente con tanto di abito e gemelli ai polsi: scopri, una volta di più,  che in questa vita  sai dove ti svegli, ma non puoi sapere dove ti addormenterai.

Ho scoperto cose che ignoravo, ma ho riscoperto anche che la bellezza e la poesia sono ovunque, soprattutto dove non te l’aspetti, dove non la cerchi perché non pensi possa esserci!

L’ho ritrovata in un vaso di ciclamino dalla chioma fiorita “scalpata “ per farne un omaggio floreale ad una donna sconosciuta o ad una fidanzata.

L’ho ritrovata in un gruppo di persone sofferenti  impazienti di mangiarsi una pizza gigante con tante patatine fritte.

L’ho ritrovata nei  sorrisi di chi soffre!

…” Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore…”

(S.C.)

 

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IL POPOLO SOVRANO

12 Maggio 2011 73 commenti

Cara Giovanna, voglio profittare – subdolamente – del tuo frequentatissimo blog per lanciare un appello per il raggiungimento del quorum al referendum del prossimo mese di giugno. Sono sinceramente preoccupato per le sorti di questo Paese, particolarmente per il futuro dei giovani che rischiano di trovarsi sbandati, sfruttati e sottopagati in una situazione nella quale non avranno più nessuna voce in capitolo, come sta già accadendo a tutti noi. Stracciare i certificati elettorali e disertare le urne, come chiedono quelli della cricca, non è un gesto di protesta efficace: è un mandato in bianco a chi pretende non di governare ma di dominare il popolo. Io non chiedo di votare SI, anzi vorrei che andassero a votare proprio coloro che hanno qualche NO nel cuore; e lo voglio perché la democrazia è proprio questo: discutere e confrontarsi e, se non si è raggiunto un accordo, contarsi per decidere. Quello che si rischia rinunciando ad esprimere il nostro parere è proprio che qualcuno si senta autorizzato a non tenerne più alcun conto, né ora né domani né mai più. Perciò difendiamo i nostri diritti, il popolo sovrano siamo noi e non dobbiamo scordarlo, specie quando più forti si fanno le spinte autocratiche e cresce la faccia tosta dei potenti. Nella tua Sardegna, così duramente massacrata nelle attività produttive – compresa la tradizionale pastorizia – cresce la rabbia, e con essa il rifiuto della politica. Stiamoci attenti, perché il semplice rifiuto è autolesionista: per contare bisogna esserci e quando si ha la possibilità di decidere senza mediatori bisogna farlo o nessuno si curerà più delle nostre idee e dei nostri bisogni.
Scusa l’intrusione Giovanna, un grande abbraccio
J.

 

Caro Julien ho deciso di trasformare il tuo commento in un post per dargli la visibilità che merita, anche in considerazione dell’assordante silenzio che sta accompagnando questi ultimi giorni che precedono le votazioni. Come saprai, qui da noi, nei giorni 15 e 16 maggio 2011 si svolgerà il referendum consultivo popolare regionale riguardante l’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive.Vale il silenzio di cui sopra e monta la rabbia e la preoccupazione per questa catarsi che spinge al rifiuto di votare sopraffatti  e vinti    dalla  rassegnazione. Mentre si proclama che noi italiani siamo usciti bene dalla crisi, assisto nella mia martoriata terra all’esacerbarsi della stessa. Per la prima volta vedo diverse categorie  di lavoratori  unite nella lotta e mi si allarga il  cuore che simultaneamente  gioisce e piange. Gioisce perchè finalmente:”Decrarada est giaj sa gherra  contra de sa prepotentzia incomintzat sa passentzia in su pobulu a mancare “. Dichiarata è la guerra contro la prepotenza, perchè nel popolo la pazienza sta iniziando a mancare ( inno sardo scritto nel lontano -o vicino- 1794). Piange il mio cuore vedendo la disperazione dei tanti, troppi a cui non è rimasto più nulla…nè un lavoro, nè una casa, nè la salute, nè un futuro. E’ molto probabile che presto andrò ad ingrossare le fila di questi cassintegrati, commercianti, pastori, precari che oggi sono a Cagliari a manifestare e protestare e tremo di rabbia contro chi non capisce che qui, o ci salviamo tutti…o non si salva più nessuno. Non è più tempo di limitarsi a guardare il proprio orticello, bisogna allargare lo sguardo e far propria la miseria e disperazione altrui perchè l’effetto domino non salverà nessuno…perchè chi non ha più nulla da perdere leverà in alto i forconi e trascinerà nel baratro chi è causa di questo inarrestabile declino.

Un caro abbraccio a te Julien

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Equilibrio instabile

8 Marzo 2011 71 commenti

Mi si chiede di scrivere. Mi si chiede di arieggiare questa stanza dove da tempo non spalanco le finestre. In effetti fuori e dentro questo spazio c’è sempre la stessa aria che si respirava mesi fa.

E’ strano come tutto vada  avanti ad una velocità supersonica e tutto rimanga esattamente uguale a com’era.

Il maglione che avevo deciso di farmi  è ancora lì, manca poco a terminarlo ma è stato abbandonato!

lavoro

I libri iniziati sul comodino, vengono rimossi per togliere la polvere che vi si deposita sopra ma nessun invito ad aprirli  giunge da essi!

libri

Sono costantemente in equilibrio precario su un’immaginaria corda,  con pesi sempre nuovi che mi sbilanciano rendendo difficoltosa l’impresa di trovare stabilità.

equilibrio

Un senso di devastante precarietà   mi pervade e soffoca ogni mio anelito. Su tutto un senso di abbandono lacerante, una solitudine che graffia l’anima e i sensi. Un delirio costante e frustrante di cattivi pensieri. Una ricerca vana di un perchè, di un anelito di pace dopo tanto faticare. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Mi guardo dentro  e ardo di rabbia non più celata. Senza più freni inibitori vomito parole e assisto allo stupore che suscitano negli altri. Uno stupore che ammutolisce e che non paga il conto che gli sto presentando. E’ come se ,tutte le mie parole inzuppate di rancore che chiedono risposte ,riempissero le teste vuote dei miei interlocutori e dalle stesse uscissero senza darmi modo di capire quali son rimaste dentro. Come prendere una bottiglia d’acqua e una di vino…e provare a riempirne una terza senza fermarsi anche quando si è arrivati al bordo. Il liquido in eccesso fuoriesce, ma cosa sarà rimasto dentro? Resterà più vino o più acqua? Quali dei concetti espressi  tra i tanti,restano nelle  teste altrui e attecchiscono e danno un frutto?

Tutto avviene così velocemente che mancano terribilmente i tempi di sedimentazione, di elaborazione, di comprensione. E’ un vortice che scuote, è un ciclone che ti avvolge e ti sbatte ovunque lasciandoti esausta  incapace di capire e capirti in  un mondo divenuto estraneo! Niente sembra essere più al suo posto, niente sembra assolvere alla funzione per la quale è stato creato e non ci sono più certezze alle quali aggrapparsi.

estintoreCosa ci fa un estintore a bloccare la porta di un’unità coronica? Il suo posto non è lì ! Non è stato creato per quello. E’ tutto così grottesco ! No, nulla è più al suo posto! Si vive precariamente pervasi da un  costante senso di minaccia, nell’attesa che qualcosa di brutto, di tremendo accada!

La diagnosi è la paura! Paura di tutto: di perdere la salute, di perdere il lavoro, di perdere LA PACE, di perdere LA SPERANZA.

Per la cura, bisogna attendere!

“IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA”

Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole;

più comodità, ma meno tempo;

più lauree, ma meno buon senso;

più conoscenza, ma meno giudizio;

più esperti, ma più problemi;

più medicine, ma meno salute;

Abbiamo fatto tutta la strada fino alla luna e indietro, ma abbiamo problemi ad attraversare la strada per incontrare il nuovo vicino.

Costruiamo più computer per contenere più informazioni e produrre più copie che mai, ma abbiamo meno comunicazione;

Siamo migliorati sulla quantità, ma peggiorati sulla qualità.

Questi sono i tempi dei fast-food e della digestione lenta;

Grandi uomini, ma piccoli caratteri;

Profitti veloci, ma relazioni di poco valore.

E’ un tempo in cui c’è molto fuori dalla finestra, ma poco nella stanza.

Tenzin Gyatso, 14° Dalai Lama.

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E’ giunta l’ora…

30 Dicembre 2010 57 commenti

l'ora

( Caro Paolo, grazie a te…al tuo affetto e alla tua generosità…posso guardar l’ora e dire che : ” è giunta!” :  )

Già, è giunta l’ora di chiudere la porta al 2010!

E’ giunta l’ora di fare gli auguri…ma io non sono mai stata particolarmente brava ad adempiere a questi rituali!

Non amo fare bilanci a consuntivo, nè di previsione: troppe le variabili che influiscono e modificano i nostri progetti.

La verità quasi inconfessabile è che l’inizio di un nuovo anno, invece di suscitare   entusiasmo e aspettativa, provoca in me parecchia PAURA. E’ come affacciarsi in un pozzo, sapere che qualcosa in fondo c’è, ma riuscire a vedere solo il buio.

Son felice che questo anno ci stia lasciando, son  felice di averlo superato, son felice di essermi piegata tante volte, di esser stata sul punto di spezzarmi…ma di esser sempre riuscita, seppur con grandissimo sacrificio a risollevarmi.

Ripeto…non son brava a far gli auguri…ma spero per tutti noi, per tutti voi cari frequentatori di questa gabbia, che l’anno che sta per iniziare ci ritrovi ancora e sempre “vicini”, a darci forza…a farci sentire l’orgoglio di essere persone di cuore, dignitose e forti…nonostante tutto e tutti !

...”Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante
di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia
che ci dà vita, nell’impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell’altro fronte umano,
il loro rosso straccio di speranza…”

( P.P.Pasolini)

:-)

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STORIA DI UNA RANOCCHIA

21 Ottobre 2010 59 commenti

Dall’allegoria della Caverna di Platone a Matrix, passando per le favole di La Fontaine, il linguaggio simbolico è un mezzo privilegiato per indurre alla riflessione e trasmettere delle idee.
Oliver Clerc, scrittore e filosofo, in questo suo breve racconto, attraverso la metafora, mette in evidenza le funeste conseguenze della non coscienza del cambiamento, che infetta la nostra salute, le nostre relazioni, l’evoluzione sociale e l’ambiente.

Un condensato di vita e di saggezza che ciascuno potrà piantare nel proprio giardino per goderne i frutti.

LA RANOCCHIA CHE NON SAPEVA DI ESSERE COTTA:

“Immaginate una pentola piena d’acqua fredda in cui nuota tranquillamente una piccola ranocchia.
Un piccolo fuoco è acceso sotto la pentola e l’acqua si riscalda molto lentamente. L’acqua piano piano diventa tiepida e la ranocchia, trovando ciò piuttosto gradevole, continua a nuotare. La temperatura dell’acqua continua a salire.
Ora l’acqua è calda, più di quanto la ranocchia possa apprezzare, si sente un pò affaticata, ma ciò nonostante non si spaventa. Ora l’acqua è veramente calda e la ranocchia comincia a trovare ciò sgradevole, ma è molto indebolita, allora sopporta e non fa nulla.
La temperatura continua a salire, fino a quando la ranocchia finisce semplicemente per cuocere e morire. Se la stessa ranocchia fosse stata buttata direttamente nell’acqua a 50 gradi, con un colpo di zampe sarebbe immediatamente saltata fuori dalla pentola.
Ciò dimostra che, quando un cambiamento avviene in modo sufficientemente lento, sfugge alla coscienza e non suscita nella maggior parte dei casi alcuna reazione, alcuna opposizione, alcuna rivolta.
Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da qualche decennio possiamo vedere che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci stiamo abituando. una quantità di cose che avrebbero fatto inorridire 20, 30, o 40 anni fa, sono state poco a poco banalizzate e oggi disturbano appena o lasciano addirittura completamente indifferente la maggior parte delle persone.
Nel nome del progresso, della scienza e del profitto si effettuano continui attacchi alle libertà individuali, alla dignità, all’integrità della natura, alla bellezza e alla gioia di vivere, lentamente ma inesorabilmente, con la costante complicità delle vittime, inconsapevoli o ormai incapaci di difendersi. Le nere previsioni per il nostro futuro, invece di suscitare reazioni e misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente la gente ad accettare delle condizioni di vita decadenti, anzi drammatiche! Il martellamento continuo da parte dei media satura i cervelli che non sono più in grado di distinguere le cose…
Quando ho parlato di queste cose per la prima volta, era per un domani.. ORA è PER OGGI!!!
Coscienza o cottura, bisogna scegliere!
Allora se non siete, come la ranocchia, già mezzi cotti, date un salutare colpo di zampe, prima che sia troppo tardi.
Siamo già mezzi cotti? O no?”

Olivier Clarc

P.S.  questa storiella me l’hanno inviata via mail confezionata  con power point, accompagnata dalla preghiera di divulgarla.. Per facilitarne la lettura ho preferito postarla così. Mi piacerebbe solo aggiungere che IO NON SONO COTTA…MA SONO DECISAMENTE STANCA E SENZA PIU’ UN BARLUME DI  PAZIENZA!

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